Riscoprire la bellezza del parto: oltre il terrore e la sofferenza

Anna Bischi, Puericultrice

Riscoprire la bellezza del parto: oltre il terrore e la sofferenza Descriviamo il parto come la cosa peggiore, l’esperienza da non ripetere. Vediamo ovunque, nelle pubblicità, nei film e nelle serie tv, quest’evento raccontato con grande caos e dentro di noi la convinzione del terrore prende spazio e finiamo così per considerare il parto - anche inconsciamente - ciò da cui dobbiamo scappare. Consideriamo l’essere incinta quasi una malattia, a partire dal fatto che si vada in ospedale a partorire, poiché l’ospedale è un “Pubblico istituto, destinato al ricovero e all'assistenza sanitaria di ammalati e feriti […]” Portare un bambino in grembo non ha nulla a che fare con la malattia e l’evento del parto non deve essere un ostacolo alla madre per la sua salute ed il suo benessere psico-fisico. Aver ritratto la venuta al mondo di un figlio come un evento disumano e brutale è una mancanza di rispetto per tutte le future madri e coloro che lo sono già. Quando inizieremo a parlare della bellezza del parto? Quando guarderemo le due facce e non una soltanto? Nascondere che possa essere traumatico, doloroso, distruttivo, non è certamente quello che voglio fare ma vorrei mettere luce su alcune dinamiche che lo possono rendere tale: violenza ostetrica, mancanza di conoscenza del proprio potenziale, mancata pianificazione del parto, ricevere cure e assistenze poco adeguate alle richieste della madre, essere circondata da operatori sanitari con scarsa empatia, obbligo da parte dell’ospedale di rispettare orari e scadenze (per liberare un posto il prima possibile), essere lontane dal qui ed ora, non comprendere il dolore e quindi evitarlo senza attraversarlo. Queste sono alcune delle dinamiche che possono rendere un parto traumatico. Ci sono realtà che non sottolineiamo mai, che leggiamo di sfuggita ed alle quali non diamo l’importanza e la visibilità che dovrebbero avere: il parto senza violenza ed il parto positivo sono tra queste verità. E allora perché non viene fatta luce sulla loro esistenza? Ci sono madri che vanno in dpp (depressione post-partum) per come vengono trattate e per come vivono il parto e ci sono madri che hanno invece avuto esperienze di benessere e gioia. Perché dobbiamo parlare escludendo sempre una delle due possibilità? Circondiamo questo evento di sofferenza e mostruosità, tanto che molte donne si tirano indietro dal voler essere madri, altre hanno l’ansia di partorire dopo i racconti e le pubblicità che vengono a bombardare loro i pensieri. Consideriamo il parto un evento doloroso e traumatico ed il rientro a casa lo tacciamo, nessuno ne parla, “la parte più dolorosa è passata” dicono, ma se dobbiamo essere sincere, ed è quello che io cerco e cercherò sempre di essere con voi, mi rattrista come l’attenzione non venga quasi mai posta al rientro a casa. “La cosa più difficile è il parto”, raccontano, e questo rende la madre ancora più sola, più di quanto non si senta già. Ritrovarsi con il proprio bambino che piange senza sapere il…

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